Aneurisma aorta addominale
Patologie

Aneurisma aorta addominale, cosa è e come si cura

Nove volte su 10 l’aneurisma dell’aorta addominale - dilatazione patologica permanente del vaso arterioso più grande del corpo umano - è in posizione sottorenale. La prevalenza varia a seconda dell’età, il sesso, la storia familiare, il fumo di sigaretta: dall’1,5% nei maschi tra i 45 ed i 54 anni a circa il 13% negli uomini dopo i 75 anni e fino agli 85. Ad essere meno colpite, invece, sono le donne.

Le cause dell’aneurisma dell'aorta addominale

La causa - esatta - alla base della formazione degli aneurismi addominali non è conosciuta, mentre sono stati chiariti i fattori di rischio che possono contribuire alla sua comparsa: l’aterosclerosi, la razza (è più frequente nelle persone di carnagione bianca), la familiarità, l’ipertensione arteriosa, il consumo di tabacco, i traumi, le patologie del tessuto connettivo determinanti l’indebolimento della parete aortica.

La malattia aterosclerotica agisce alterando l’elasticità della struttura arteriosa a tal punto da renderla deformabile sotto la spinta della pressione sanguigna. Il risultato è la progressiva dilatazione dell’aorta, processo purtroppo irreversibile. La rottura della dilatazione (aneurisma) è la conseguenza più drammatica a cui può andare incontro un paziente se non trattato in modo adeguato e tempestivo: circa il 50% dei malati muore prima di essere soccorso da un centro medico specializzato a causa del massiccio sanguinamento addominale.

L'aneurisma dell'aorta addominale: i sintomi

Come per l'aneurisma toracico, l’aneurisma dell’aorta addominale non è associato a sintomi specifici. Questo perché a determinare il dolore a livello lombare o all’addome sono spesso patologie che nulla hanno a che vedere con gli aneurismi. Quando ha dimensioni contenute, infatti, l’aneurisma non dà quasi segno di sé. Alla diagnosi si arriva pertanto attraverso la valutazione complessiva di altre informazioni di carattere clinico. Ad iniziare dai precedenti di malattia aterosclerotica e d’intervento chirurgico per lo stesso problema nella storia familiare. I fumatori, gli ipertesi, i diabetici, chi è stato sottoposto a ricovero e trattamento per infarto miocardico o ripetuti “incidenti” vascolari è più esposto alla probabilità di sviluppare un identico aneurisma.

La diagnosi dell'aneurisma dell'aorta addominale

L’indagine diagnostica mirata all’individuazione dell’aneurisma addominale consiste nell’esecuzione di alcuni esami semplici e non invasivi: l’ecografia dell’addomee l’ecocolordoppler arterioso (sempre addominale). Sia la prima che il secondo permettono al chirurgo vascolare di evidenziare la dilatazione, di verificarne la posizione corretta e di misurare il calibro dell’aorta.

Lo step successivo è dato dalla conferma attraverso angioTC con mezzo di contrasto (non indicata quando il soggetto presenta una grave insufficienza renale e nelle condizioni di allergia al tracciante chimico).

Ecografia, ecocolordoppler e angioTC forniscono al chirurgo tutte le informazioni necessarie all’intervento che viene praticato con tecnica tradizionale (chirurgia open) oppure utilizzando una procedura a minor trauma mediante l’introduzione di una speciale endoprotesi tubulare - in tessuto artificiale e retina metallica - utile a riparare/rinforzare l’aorta.

La scelta verso l’una o l’altra opzione terapeutica spetta all’équipe medica sulla base delle condizioni generali del paziente e tenuto conto di eventuali patologie concomitanti che suggeriscono approcci differenziati (va comunque detto come su un’aorta molto calcificata, specie se si trova nello stadio detto a porcellana, l’intervento venga escluso a priori).

Quando operare l’aneurisma addominale? Cosa dicono le Linee guida

L’indicazione al trattamento chirurgico si basa, oltre che su dati statistici pubblicati in letteratura, sulle percentuali di possibile rottura dell’aneurisma: ovvero della complicanza più frequente. La dimensione della sacca aneurismatica rappresenta il fattore preminente nella rottura: in pazienti con aneurisma addominale inferiore ai 5 centimetri, la percentuale di rottura è pari al 20%, mentre un aneurisma di 6 centimetri va incontro ad un rischio doppio e un aneurisma di oltre 7 centimetri ad un rischio triplo. La chirurgia non è rinviabile nei casi di aneurisma addominale a diametro maggiore di 5 centimetri, in quanto il pericolo di morte del paziente a seguito di emorragia diffusa è troppo alto. Dai 4 ai 5,4 centimetri si propende per la “sorveglianza” tramite TAC annuale; sotto i 4 centimetri per la “sorveglianza” diagnostica ogni 2-3 anni.

Come si svolge l’intervento

La chirurgia classica
Il chirurgo vascolare incide l’addome da sotto lo sterno fino all’altezza del pube: l’aorta si trova nella parte posteriore dell’addome, appoggiata alla colonna vertebrale. Una volta “messo in luce” l’aneurisma, il flusso sanguigno viene interrotto applicando delle pinze chirugiche ad hoc (si procede cioè al clampaggio o pinzatura del vaso). Si asporta il tratto malato e lo si sostituisce con una protesi tubulare artificiale cucita (sopra e sotto) alla porzione sana del’arteria. L’operazione richiede l’anestesia totale ma non la circolazione extracorporea (CEC, macchina cuore-polmone). Il ricovero ospedaliero è di circa 7 giorni e il paziente può riprendere la sua normale attività lavorativa e sociale dopo qualche settimana di convalescenza.

Nel tempo dovrà sottoporsi a periodici controlli tramite ecografia dell’addome ed ecocolordoppler.

La protesi endovascolare

L’impianto di un’endoprotesi, vale a dire la riparazione dell’aorta dall’interno (EVAR in termine tecnico) consente di affrontare la dilatazione arteriosa con minore invasività rispetto alla chirurgia tradizionale (a cielo aperto) raggiungendo l’aneurisma per mezzo di cateteri introdotti da un’arteria della gamba (pungendo l’arteria femorale) in prossimità dell’inguine e dopo aver somministrato l’anestesia locale per togliere sensibilità all’area d’ingresso.

Il catetere - assomiglia ad un tubicino sottile e flessibile - contenente l’endoprotesi viene fatto scorrere dentro la rete arteriosa fino al punto desiderato. Il percorso del dispositivo è monitorato dal chirurgo attraverso un costante controllo radiologico.

Catturato il bersaglio, l’endoprotesi - dotata di uno scheletro in lega metallica - esce dal guscio del catetere e si aggancia all’aorta.

Per completare l’impianto endoprotesico - alla protesi principale possono essere aggiunte, laddove necessario, ulteriori parti modulari allo scopo di isolare completamente la sacca aneurismatica dal normale circolo sanguigno - occorrono dalle 2 alle 4 ore, tempi notevolmente ridotti se rapportati ad una riparazione aortica standard.

I successivi test strumentali - radiografie ed ecografie - aiuteranno lo specialista a verificare che l’endoprotesi risulti perfettamente inserita e l’aneurisma non aumenti più di volume.

La degenza ospedaliera, in assenza di anomalie cliniche, varia dai 2 ai 4 giorni.
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